Marta La Ferla

Leggi anche:

Leggi altri articoli di Marta La Ferla »

“Queer Cinema in the World”: incontro con gli autori Karl Schoonover e Rosalind Galt al Sicilia Queer filmfest

Nell’ambito del Sicilia Queer filmfest, dal 24 maggio all’1 giugno ai Cantieri Culturali alla Zisa (Palermo), si è svolto un incontro sul volume Queer Cinema in the World, una raccolta di saggi che esplora il cinema queer oltre la cultura occidentale, e sul significato stesso della parola e tutto ciò che ingloba, a cura di Karl Schoonover e Rosalind Galt, il primo professore associato all’Università di Warwick, la seconda al King’s College di Londra. L’incontro è stato moderato da Mirko Lino. 

La traduzione è a cura dell’autrice.

Nel libro si attua una “decentralizzazione” del modello culturale occidentale, lasciando largo spazio al cinema asiatico, africano, indiano e mediorientale. Si può parlare di un approccio “intersezionale” all’argomento. È stata una scelta politica?

Karl Schoonover: abbiamo voluto prendere in considerazione film che di solito non vengono inclusi nel discorso cinematografico dall’intellighenzia. E poi, in un certo senso, è stato come se i film avessero scelto noi.

Rosalind Gelt: è la stessa film theory ad essere politica, e noi nella scelta dei film e degli autori abbiamo voluto incorporare tutte queste teorie, da quella femminista a quella queer.

Nella vostra introduzione, descrivete due scene del film iraniano Circumstance di Maryam Keshavarz; nella prima scena, le due protagoniste vedono Milk (il film del 2008 di Gus Van Sant, ndr.) e nella seconda cercano di doppiarlo in farsi. È chiara qui la differenza fra occidente e “non-occidente”, ma che valenza simbolica ha questa scena per voi, e come si collega ai temi trattati nel vostro libro?

RG: questa scena lancia un messaggio diretto eppure non semplicistico, che non può essere ridotto al solo “scontro” fa cultura occidentale e non occidentale. È questo tipo di messaggio che vogliamo trasmettere nel nostro libro, senza retorica e semplificazioni.

KS: si potrebbe dire che questa scena sia una drammatizzazione dei temi trattati nel nostro libro.

Il modo in cui il cinema internazionale circola ed è distribuito influisce molto sulla sua importanza, ad esempio nella selezione dei film da presentare ai festival. Qual è secondo voi il ruolo dei festival queer?

KS: alcuni festival queer hanno ricevuto aspre critiche negli ultimi anni, soprattutto riguardo ai finanziamenti pubblici e privati che influenzerebbero le scelte programmatiche. Ma al di là delle polemiche, noi crediamo nel potenziale radicale del cinema. Quindi sono certo che anche il festival più conservatore possa avere una funzione positiva, perché quando si sta tutti insieme seduti nel buio della sala, si crea vicinanza, si crea comunità.

RG: le critiche riguardano anche la commercializzazione della cultura queer negli ultimi anni, ma dall’altra parte, appunto, c’è la creazione di una comunità. Non era nostro compito indicare quale fosse la “giusta via”.

KS: il Sicilia Queer mi piace molto perché mostra visioni eterogenee e incoraggia il dibattito sul cinema.

Al Sicilia Queer, la comunità LGBT di Palermo partecipa attivamente alla selezione e alla definizione del programma. Come funziona negli altri festival?

KS: Dopo il ’99 c’è stato un incremento esponenziale dei festival del cinema queer, ed è iniziato anche il dibattito all’interno delle comunità LGBT, a partire dalla stessa parola queer, che alcuni rigettano perché anglofona e quindi con connotazioni imperialiste.

RG: oppure si creano compromessi originali, come il festival di Belgrado, che associa a queer il corrispettivo serbo, Merlinka; oppure come in India, dove il KASHISH Mumbai International Queer Film Festival è finanziato dal British Council ma allo stesso tempo è molto orientato sulle comunità locali.

Quali sono stati i criteri di scelta dei Paesi da includere nel vostro volume? È stata una scelta casuale o vi siete preoccupati di essere quanto più inclusivi?

RG: il nostro volume non ha un’impostazione enciclopedica, quindi non ci siamo preoccupati di includere tutti i Paesi o di suddividere i saggi geograficamente, ma siamo consapevoli della politica che sta nella scelta dei saggi e degli autori. Per questo abbiamo cercato autori e film anche sconosciuti ma che dessero prospettive differenti. Una cosa è certa: il suprematismo bianco non è qualcosa che semplicemente “andrà via”, bisogna combatterlo sistematicamente tramite scelte consapevoli.