Marta La Ferla

Leggi anche:

Leggi altri articoli di Marta La Ferla »

Assassinio sull’Orient Express: Agatha Christie ai tempi dei cinecomic

Più che un remake del film di Sidney Lumet o l’ennesimo omaggio al detective belga, Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh si presenta esplicitamente come primo capitolo di un’inevitabile saga, più vicina ai supereroi Marvel e Dc che ai film con Peter Ustinov o alla serie con David Suchet.

Hercule Poirot ha avuto tanti volti e, di conseguenza, tante paia di baffi. Quelli di Kenneth Branagh, protagonista e regista di Assassinio sull’Orient Express, sono senza dubbio i più vistosi; un aspetto emblematico della sua personalità, che in quest’ultimo adattamento delle opere dell’autrice inglese è assolutamente priva di sfumature, molto meno enigmatica e, appunto, vistosa: i tic e le ossessioni tipiche del detective belga vengono esagerate fin dal momento in cui il personaggio fa la sua prima apparizione, proprio all’inizio del film, dove lo vediamo impegnato alla ricerca di due uova perfettamente simmetriche per la sua colazione (mentre, come scopriremo di lì a poco, in verità sta solamente facendo lavorare le sue celluline grigie per risolvere il caso che gli è stato posto).

Dopo l’incipit esotico in una Gerusalemme sotto il controllo britannico, dove vediamo per la prima volta il Poirot di Branagh in azione, ci spostiamo a Istanbul, dove incontriamo i primi personaggi funzionali all’intreccio; sul treno, infine, il quadro dei protagonisti (o meglio, delle pedine) si concluderà, e il famoso Assassinio potrà avere atto.

Così come i baffi che occupano metà dello schermo nei primi piani del detective, non c’è nulla di sottile nello svolgimento e nella risoluzione del caso: tutto – dalla caratterizzazione e la recitazione alla scelta delle inquadrature – sembra artefatto, teatrale e per niente ambiguo, una scelta probabilmente voluta per portare più facilmente gli spettatori alla soluzione (o forse proprio per non puntare troppo sulla suspence, essendo il romanzo uno dei più famosi e adattati della Christie), e per questo condita da virtuosismi registici che se presi singolarmente sono senza dubbio interessanti, alcuni pure riusciti, ma che alla lunga diventano pretenziosi e vanno a compromettere la fluidità della narrazione, che risulta spezzettata e aritmica.

Ma il difetto maggiore del film, probabilmente, è quello di mettere in ombra le implicazioni morali del caso – uno dei più pregni di spunti di riflessione – cristallizzandosi troppo sul personaggio principale mentre tutti gli altri procedono in maniera meccanica e non approfondita (se non proprio sul finale); anche il tentativo di modernizzare l’opera introducendo la questione razziale risulta un po’ goffo e sicuramente anacronistico.

Un unico tema emerge dal film, ed è la trasformazione di Poirot da geniale detective a supereroe: così come all’inizio prevede la fuga del colpevole piazzando preventivamente il bastone sul quale inciamperà minuti dopo, per tutto il film le capacità di osservazione del personaggio sembrano superare la scienza della deduzione ed entrare quasi nel campo dei poteri psichici; un aspetto che lo accomuna impropriamente al “collega” Sherlock Holmes ma che, soprattutto, lo rende un eroe in una storia che, originariamente e per coerenza, di eroi non dovrebbe proprio averne.

Il fatto che alla fine Poirot decida la soluzione del caso da presentare alla polizia, e non si defili come accade nel romanzo, è la chiave di lettura del personaggio di Branagh: non un uomo che mette al servizio le sue capacità per risolvere i casi, ma un uomo che usa le sue capacità di detective per servire la giustizia (o ciò che per lui è giusto). Come Batman, insomma.

E non è un caso che l’unica aggiunta orginale del film (e che farà storcere il naso ai puristi della Christie) sia proprio un amore perduto: è nella biografia di ogni supereroe, dall’Uomo Ragno al “nostro” Lo chiamavano Jeeg Robot, la morte della donna amata come pretesto per la formazione del supereroe.

Se a questo si aggiungono tutti gli elementi che fanno presagire ad un seguito (dall’incontro apparentemente privo di senso con un militare britannico – il futuro Capitano Hastings? – al riferimento esplicito finale a un altro famoso caso di Hercule Poirot, si capisce che l’intenzione di Branagh è sempre stata quella di creare un franchise, forse sul modello dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie (di cui però non ha la stessa forza stilistica né, finora, la chiarezza d’intenti), in un’industria (quella dei blockbuster) e con un pubblico (quello di massa) che ormai sembrano accettare e consumare solo questa forma d’intrattenimento.

In conclusione, Assassinio sull’Orient Express è un film piacevole, impreziosito da grandi nomi e buone interpretazioni, ma tuttalpiù dimenticabile e fin troppo standardizzato ai gusti di un pubblico ormai poco abituato a pensare.

Voto: 6 / 10

Assassinio sull'Orient Express

2017
Di: Kenneth Branagh
Con: Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Josh Gad

Quello che è iniziato come un viaggio di lusso in treno attraverso l’Europa diventa improvvisamente uno dei più eleganti, ricchi di tensione ed emozionanti misteri mai narrati. Dal romanzo dell’autrice di best-seller Agatha Christie, "Assassinio sull’Orient Express" racconta la storia di tredici estranei bloccati su un treno, dove ciascuno di loro è un sospettato. Un uomo dovrà combattere contro il tempo per risolvere l’enigma prima che l’assassino colpisca ancora.