Marta La Ferla

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La recensione di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino con Timothée Chalamet e Armie Hammer

Il regista palermitano firma uno dei migliori adattamenti cinematografici degli ultimi anni e il suo più bel film ad oggi. Candidato a quattro Oscar fra cui Miglior Film.

Dal successo folgorante negli Stati Uniti (debuttò al Sundance Film Festival il 22 Gennaio 2017) al lento arrivo nelle sale italiane, l’ultima opera di Luca Guadagnino fa parlare di sé già da un anno.

Come per i precedenti lavori del regista, la notizia del successo all’estero è stata accolta con scetticismo in patria; infatti, sia Io sono l’amore (I Am Love) che A Bigger Splash (qui la nostra recensione) avevano conquistato il pubblico straniero (anglofono in particolare), mentre in Italia avevano ricevuto dure critiche e un esiguo successo di pubblico. L’ultimo suo film di successo nel nostro Paese era stato Melissa P., ugualmente sbeffeggiato dalla critica.

Con Chiamami col tuo nome, però, la storia è diversa, perché se anche nelle opere precedenti era presente un’indubbia maestria tecnica, ad essa si accompagnava una debolezza nella sceneggiatura e un vuoto siderale di contenuti. Chiamami col tuo nome, al contrario, è il perfetto connubio fra testo e immagine.

Innanzitutto, perché c’è un testo dietro, ovvero l’omonimo romanzo di André Aciman (che ha anche un piccolo cameo nel film): la storia del diciassettenne Elio e della sua educazione sentimentale, che passa per la scoperta e l’esplorazione del desiderio nei confronti dell’americano Oliver, è scritta in modo magnifico con una tensione narrativa invidiabile. Il suo adattamento è stato affidato a James Ivory, che inizialmente doveva anche dirigere il film, e nonostante sia l’unico accreditato come sceneggiatore, sappiamo che la stesura finale è stata ampiamente rimaneggiata da Guadagnino e dai suoi collaboratori.

Ne risulta un adattamento da manuale, fedelissimo al romanzo anche nei punti dove si distacca dal materiale d’origine, un film che può essere considerato complementare al libro.

Guadagnino lavora per sottrazione, (af)fidandosi completamente alla bravura dei suoi attori e in particolare del suo protagonista, Timothée Chalamet.  Facendo a meno della voce narrante di Elio (il romanzo è scritto in prima persona), è compito dell’attore esprimere l’incessante flusso di pensieri, dubbi, insicurezze dell’adolescente, mai dette a voce alta e quindi percepibili solo attraverso sguardi e gesti. Un lavoro difficilissimo per Chalamet, che però riesce alla perfezione, riuscendo a cogliere tutte le sfumature dell’Elio letterario e donandoci uno degli adolescenti cinematografici più veri mai interpretati.

Ma non sono solo gli attori a esprimere le emozioni: tutto, dai movimenti di macchina al montaggio dialettico, è funzionale alla narrazione. Un ruolo fondamentale, a questo proposito, lo svolge la musica. Le note incessanti del pianoforte nel primo atto esprimono al meglio il subbuglio interiore di Elio; note che, al momento dell’espressione massima del desiderio, si trasformano in musica e parole, con le tre meravigliose canzoni scritte appositamente dal cantautore Sufjan Stevens e poste in tre momenti cruciali del film.

Nonostante il film risulti solido proprio grazie al romanzo, è proprio quando se ne distacca che trova i suoi maggiori punti di forza: oltre l’assenza della voce narrante, infatti, c’è l’aggiunta della bellissima scena ambientata a Sirmione e sul Lago di Garda, dove si fa forte il parallelismo citato già nei titoli di testa fra desiderio omoerotico ed arte ellenistica (una metafora da sempre presente nelle opere con sottotesti queer).

Inoltre, a fare da sfondo alla storia d’amore fra Elio e Oliver non è la conosciuta (e amata all’estero) costa ligure del romanzo, bensì l’entroterra lombardo, e protagonista della loro fuga d’amore non è “la solita” Roma, ma Bergamo e le sue montagne. Una scelta coraggiosa, insolita ma vincente, perché dona un ulteriore tocco di unicità al film, usando location ancora incontaminate dal punto di vista cinematografico e presentando agli spettatori un affresco autentico del Nord Italia degli anni ’80.

Forse la scelta più coraggiosa, però, sta proprio nell’anticipare il finale rispetto al romanzo. Anche se si parla già di un sequel, ed è quindi probabile che vedremo la (non) fine della storia di Oliver ed Elio come scritta da Aciman, il film rimane focalizzato sull’amore adolescenziale e sull’esperienza del desiderio, con un primo piano ad effetto che – oltre a ribadire l’immensa bravura del giovane Chalamet – rappresenta una conclusione memorabile e una conquista personale per Guadagnino, che con i finali ha sempre avuto grossi problemi.

In conclusione, Chiamami col tuo nome è il capolavoro di Luca Guadagnino, un’opera non rivoluzionaria perché fortemente influenzata nello stile dai lavori di Rohmer, Godard e Bertolucci, ma realizzata con una maestria e umanità non indifferenti.

L’estetica del sublime traslata sullo schermo.

 

Voto: 9 / 10

Chiamami col tuo nome

2017
Di: Luca Guadagnino
Con: Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois

Nel 1983, una calda estate segna per sempre la vita del diciassettenne Elio, un musicista più colto e sensibile dei suoi coetanei, che ogni estate trascorre le vacanze nella villa di famiglia. Il padre, un professore universitario, come ogni anno ospita uno studente straniero per lavorare alla sua tesi di post dottorato. L'arrivo di Oliver, ventiquattrenne statunitense, per la sua bellezza e i modi disinvolti, sconvolge la vita di Elio, che se ne innamora immediatamente. Tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, tra i due giovani nasce un desiderio travolgente e irrefrenabile.