Lady Bird: Greta Gerwig sul suo primo film da regista, il lavoro di squadra e Fellini

In un’intervista con la rivista inglese Little White Lies, la regista/attrice/sceneggiatrice parla della produzione e dell’accoglienza del suo debutto dietro la macchina da presa, Lady Bird, e delle sue influenze.

Lady Bird ha avuto la sua premiere mondiale al festival di Telluride. Ti sei mai fermata da quel momento?

No, non mi sono mai fermata da Telluride. Ogni volta che lo faccio vedere ho i nervi a fior di pelle, ma è stato molto significativo per me dare questo film a un pubblico. A quel punto il film cessa di essere davvero tuo, perché diventa del pubblico. Poi le persone cominciano a venire da me e mi raccontano le loro storie di quando hanno lasciato i loro figli al college, o dei litigi avuti con le loro madri. Sembra davvero che il film inizi letteralmente ad appartenere ad altre persone.

 Dev’essere una sensazione un po’ amara.

Sì, ma è anche il motivo per cui lo fai. Vuoi che le persone lo posseggano, non vuoi tenerlo tutto per te, come se fosse il tuo segreto. Amo Emily Dickinson, ma non sono Emily Dickinson. Sono fin troppo socievole, non posso immaginare di fare dell’arte e non mostrarla mai a nessuno. Mi piace il processo per cui un film, passo dopo passo, diventa sempre di più persone. Trovi un produttore e lo porti a bordo. Trovi la tua crew e la porti a bordo. Trovi il tuo cast, il tuo montatore, il tuo compositore. Nel momento in cui lo dai al pubblico, hai già condiviso il tuo mondo con tutte queste altre persone.

Come traduci questo mondo alle altre persone?

Ci vuole un bel po’ di lavoro, ma sono stata fortunata. Avevo già lavorato col mio direttore della fotografia, Sam Levy, come attrice, e aveva già curato la fotografia dei film che ho sceneggiato con Noah Baumbach. Sapevo che avesse un modo di girare guidato dalle parole, eppure sapeva renderlo cinematografico. Sono una sceneggiatrice molto legata alle parole. Amo scrivere i dialoghi e ho una sceneggiatura molto precisa che non modifico durante le riprese. Abbiamo passato molto tempo a creare una lista di inquadrature, gli storyboard, ma anche a parlare di film, fotografie, quadri, cercando influenze. Trovi questi spiriti affini con i quali porre le basi del film, sia parlando direttamente del progetto ma anche passando tanto tempo assieme.

Sei arrivata a un punto in cui hai pensato “Ok, hanno capito, possiamo iniziare”?

Sì, molto presto. Abbiamo fatto tantissimi test, con le cineprese e gli obiettivi – perché abbiamo usato vecchi obiettivi – e fatto tutto questo lavoro con il colorista di post-produzione che stava già trafficando con le riprese di New York per stabilire che aspetto dovesse avere il film. Sam ha testato un sacco di obiettivi, anch’io ne ho provati parecchi, ma a un certo punto mi ha detto: “ok, ecco la mia top five, non dirò più nulla. Dimmi quale ti piace di più.”

La top five degli obiettivi?

Sì! Quindi ho provato gli obiettivi e guardato le riprese di prova con ognuno di essi e alla fine ho scelto il numero tre, e Sam mi ha detto che anche lui preferiva quello. Quando succedono cose del genere mi sento come se fossimo sulla stessa lunghezza d’onda. Poi tutti guardano gli screen test, e quando ogni reparto dice “sì, questa è la giusta illuminazione” o “questa è la giusta location”, capisci che è il lavoro di squadra quello che conta. Inoltre, quando la mia costumista mi ha portato un maglione che abbiamo usato per Lady Bird, quel maglione è stata una sorta di memoria proustiana per me. Avevo completamente dimenticato quel maglione, ma era perfetto.

Quanto di Lady Bird è una memoria proustiana per te?

Beh, nulla di quello raccontato nel film è successo letteralmente. Non è un documentario, è un lavoro di fiction. Ma allo stesso tempo, al suo centro c’è un nucleo di verità emotiva che risuona molto profondamente su di me e su ciò che so essere vero. Sono interessata al cinema della memoria. Penso molto ad Amarcord di Fellini, e al modo in cui provi questa sensazione mentre lo vedi, quando ti viene da pensare “non è quello che è successo davvero ma come ti sei sentito in quel momento”. Il suo punto di vista è alterato, ma in qualche modo corretto. Penso di essere interessata al cinema personale. Non autobiografico, ma personale.

Quanto è difficile costruire un fondo di verità in un lavoro non autobiografico?

È interessante. Sono sempre interessata al modo in cui nell’arte la finzione – e in un certo senso le bugie – possano trasformarsi in una verità più grande. Tornando a Fellini, lui diceva: “tutta l’arte è autobiografica. La perla è l’autobiografia dell’ostrica”. Credo sia un modo magnifico di spiegare questo processo. Forse perché faccio film, non sono interessata a quello che sia esattamente vero in un lavoro di finzione. Quando guardo un film non vado su Wikipedia a vedere cosa corrisponda alla verità.

Lady Bird uscirà nelle sale italiane l’1 Marzo 2018.

Fonte: Little White Lies n° 73

Lady Bird

2017
Di: Greta Gerwig
Con: Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet, Beanie Feldstein

Christine "Lady Bird" McPherson combatte, ma è esattamente come sua madre: selvaggia, profondamente supponente e determinata, un’infermiera che lavora instancabilmente per mantenere a galla la sua famiglia dopo che il padre di Lady Bird perde il lavoro. Ambientato a Sacramento, California nel 2002, in un panorama economico americano che cambia rapidamente, Lady Bird è uno sguardo commovente sulle relazioni che ci formano, le credenze che ci definiscono e l’ineguagliabile bellezza di un luogo chiamato casa.