Marta La Ferla

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Black Panther: la recensione del film Marvel con Chadwick Boseman e Michael B. Jordan

Ryan Coogler firma un’opera che mescola in modo unico azione e critica sociale, un cinecomic lontanissimo dal canone e per questo fra gli esempi più memorabili del genere.

Come sarebbe oggi l’Africa se non fosse stata colonizzata? È questa la domanda scomoda da cui parte la narrazione di Black Panther. Grazie a un enorme giacimento di vibranio, un metallo pressoché indistruttibile, il Wakanda è diventato uno Stato autosufficiente, prospero e pacifico. Il mantenimento di questa situazione, però, è dovuto a due condizioni: il comando di un monarca che è anche il protettore della nazione grazie ai poteri della “pantera nera” e, soprattutto, la decisione di rimanere nascosti agli occhi del mondo. Così si evita che i malintenzionati sfruttino l’enorme potere rappresentato dal vibranio, ma allo stesso tempo non si fa nulla per aiutare il resto della popolazione africana, nel continente e nel mondo, che vive in condizioni di povertà e ingiustizia.

Dopo il suo debutto in Captain America: Civil War, incontriamo di nuovo T’Challa (Chadwick Boseman) nel momento in cui si appresta a diventare il nuovo re del Wakanda. La Pantera Nera, però, si troverà presto a dover affrontare una grande minaccia per la sua nazione e per il mondo intero.

L’operazione di Ryan Coogler (Fruitvale Station, Creed) è estremamente coraggiosa per un blockbuster inserito in un universo cinematografico ben definito. Il regista e co-sceneggiatore (assieme a Joe Robert Cole) porta nel MCU un elemento da sempre presente nei fumetti ma finora mai approfondito nei film dei Marvel Studios: la giustizia sociale. Gli altri film del filone, infatti, si sono tenuti ben lontani da inserire al loro interno temi sociali o di carattere politico, anche quando il tema lo richiedeva: prima di Black Panther, il cinecomic più politico era Captain America: The Winter Soldier, che ha portato all’attenzione del grande pubblico la questione della cyber-security come minaccia alla libertà individuale, ma altre volte, come in Civil War, si è preferito dedicarsi al puro intrattenimento senza problematizzare i personaggi e le loro azioni.

In Black Panther, invece, le tensioni sociali costituiscono il motore primo del film: la critica al protezionismo, il rifiuto del colonialismo, la radicalizzazione, la battaglia per gli oppressi, il conflitto fra diplomazia e lotta armata, fra nativi e afro-americani. La novità (per un film ad alto budget di produzione statunitense), però, è che questi temi vengono affrontati interamente all’interno della comunità nera, senza la prospettiva – spesso considerata “standard” – dell’uomo bianco.

Marvel Studios

In questo senso, nel film è presente un processo esplicito di ri-appropriazione culturale: nonostante il Wakanda sia un Paese avanzato, infatti, non è in alcun modo “occidentalizzato” nei gusti e nelle usanze, anzi, i costumi e i riti rimangono quelli delle miriadi di tradizioni africane appositamente ricercate e incluse nel film. Quelle stesse tradizioni che agli occhi del colonizzatore bianco, parte fondante (e ancora fondamentale) del nostro immaginario collettivo, vengono giudicate primitive e ridicolizzate. Non sarà raro, in sala, sentire risatine in reazione ai canti tribali o ai dialoghi in lingua nativa, ulteriore segno di quanto un film del genere sia importante non solo per le comunità africane nel mondo, ma anche per i bianchi, per metterci di fronte ai nostri pregiudizi e al nostro razzismo a volte inconsapevole.

L’impostazione politica dell’opera è chiara anche nella scelta delle location: oltre al Wakanda (ricostruito in Australia), parte del film si svolge in Corea del Sud, come a sottolineare il decentramento degli equilibri economici mondiali dall’Occidente verso l’Oriente e del ruolo sempre più marginale di Europa e America. L’unico set americano, infatti, è quello di Oakland, che oltre ad essere la città natale del regista è stato il quartier generale delle Pantere Nere, il gruppo armato che si formò negli anni ’70 e che in parte ispira Erik Killmonger (Michael B. Jordan), il villain del film.

Leggendo queste parole, si potrebbe avere l’impressione che Black Panther sia un film retorico e noioso, ma è l’esatto contrario: inserendo la politica come parte integrante della narrazione ma senza appesantirla, e grazie a una maestria non indifferente nella regia di scene d’azione, Coogler non lascia un attimo di tregua allo spettatore e sforna un film ad altissimo tasso di intrattenimento e fra i più spettacolari degli ultimi anni.

A completare l’opera ci sono le ottime interpretazioni di un cast stellare formato da volti nuovi e grandi nomi come Angela Bassett Forest Whitaker, una fotografia da Oscar (curata da Rachel Morrison, candidata ad una statuetta per Mudbound) e una colonna sonora memorabile, che mescola le musiche composte da Ludwig Göransson ai brani che Kendrick Lamar ha realizzato appositamente per il film assieme ad altri artisti della scena rap e R’n’B come The Weeknd e SZA.

In conclusione, Black Panther è una perla rara, un film realizzato magistralmente su tutti i fronti, capace di intrattenere e divertire per oltre due ore e allo stesso tempo di porre degli importanti spunti di riflessione in modo più convincente e potente di molti altri film esplicitamente politici e impegnati.

Voto: 9 / 10

Black Panther

2018
Di: Ryan Coogler
Con: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong'o, Danai Gurira, Martin Freeman, Daniel Kaluuya

Re T'Challa, l'eroe noto come Black Panther, ritorna a casa nella tecnologicamente avanzata nazione africana di Wakanda per servire il suo Paese come nuovo leader. Tuttavia, scopre presto che, per proteggere il trono ed evitare una guerra civile, deve cercare il sostegno di Everett K. Ross, agente della Cia, e dei membri del Dora Milaje, le forze speciali wakanadesi.