Marta La Ferla

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Ready Player One: la recensione del film di Steven Spielberg

Ready Player One di Steven Spielberg diverte e intrattiene con un omaggio al passato rivolto ai giovani.

Anorak (Mark Rylance) e Perzival (Tye Sheridan) in Ready Player One (2018) di Steven Spielberg.
© Warner Bros

Quando il geniale programmatore James Halliday (Mark Rylance) è in punto di morte, decide di lasciare la sua azienda miliardaria a chi saprà risolvere tre prove inserite all’interno della piattaforma di realtà simulata del quale è creatore, OASIS, che nel 2045 è diventata d’importanza vitale per l’umanità, tanto che una multinazionale senza scrupoli cercherà di vincere la sfida con tutti i mezzi. Ma la storia c’insegna che il potere dei nerd non è mai da sottovalutare.

Fra il 2010, anno di pubblicazione dell’omonimo romanzo di Ernest Cline, e l’uscita del film nelle sale sono passati solo otto anni, eppure diverse cose sono cambiate: in pochi si ricordano di Second Life, la piattaforma virtuale che permetteva di creare ed esplorare mondi tramite il proprio avatar che ha ispirato l’OASIS della finzione, mentre la realtà virtuale ha preso piede molto velocemente e viene utilizzata già in molti ambiti delle nostre vite.

Nel frattempo, serie tv come Stranger Things hanno scatenato un’ondata di nostalgia per gli anni ’80 che ha pervaso tutta la produzione culturale degli ultimi anni, dai remake cinematografici alla musica, ondata della quale il romanzo di Cline è stato in qualche modo precursore, mentre il film di Spielberg si inserisce nel momento in cui il fenomeno sta arrivando al periodo di massima saturazione (o almeno si spera).

Immaginare un futuro prossimo nel quale saremo tutti dipendenti da una console e fissati con la cultura popolare del secolo scorso, quindi, sembra molto più realistico rispetto a qualche anno fa, ed è proprio qui che si consuma uno dei paradossi centrali del film: mitizzare un passato non troppo lontano in un mondo in continua evoluzione, strutturando la narrazione secondo i canoni del film per ragazzi, rivolgendosi perlopiù a una generazione che non ha vissuto quel passato e che, quindi, non ne potrebbe avere nostalgia.

Il paradosso, però, funziona (almeno con la generazione di chi scrive, che è quella dei nati negli anni ’90 che ha potuto assimilare i rimasugli culturali della precedente), grazie alla maestria di un pioniere del blockbuster di avventura, che si trova perfettamente a suo agio sia nel gestire scene d’azione create interamente in CGI (come si era già visto nel sottovalutato Le avventure di Tintin) che nel catturare fragilità e forza dei protagonisti giovani adulti.

La sceneggiatura – scritta da Zak Penn e dallo stesso Cline – è esile quanto basta per permettere a Spielberg e al comparto tecnico di sfruttare al massimo il proprio talento, creando davanti ai nostri occhi prima una spettacolare corsa di auto, poi ricreando perfettamente il set e alcune scene di un celebre film, e infine scatenando un’epica battaglia in cui migliaia di personaggi combattono uniti contro il male, con in mezzo miriadi di richiami a videogame, anime e film che fanno parte dell’immaginario collettivo degli ultimi quarant’anni.

Ready Player One (2018) di Steven Spielberg
© Warner Bros.

Forse qualche leggerezza e cliché in meno nella scrittura avrebbe giovato alla narrazione, ma è presente uno sforzo apprezzabile per inserire l’elemento della diversità anche rispetto al libro (che segnava già un passo avanti sulla figura stereotipata del gamer unicamente come “nerd bianco sfigato”), dando un ruolo più importante a Samantha/Art3mis (Olivia Cooke) e ai personaggi interpretati da Lena Waithe, Win Morisaki Philip Zhao, anche se alla fine il protagonista Wade Watts/Parzival (Tye Sheridan) corrisponde alla descrizione di nerd bianco sfigato e la storyline dell’interesse amoroso è meno originale della soundtrack, poco curata e con brani (ovviamente tutti anni ’80) che sembrano stati pescati in modalità random da una playlist di Spotify.

Inoltre, alla luce dei recenti scandali di Cambridge Analytica e con la parabola discendente della Silicon Valley, la contrapposizione CEO nerd buono/multinazionali tradizionali cattive ci sembra molto semplicistica e legata, così come quasi tutti gli altri elementi del film, alla nostalgia di un tempo che non c’è più.

Un tempo in cui registi come Steven Spielberg e George Lucas potevano realizzare film su dinosauri ricreati in laboratorio, squali assassini, archeologi avventurieri, epopee cappa e spada nello spazio, il tutto con il benestare delle major, che con quei film facevano un mucchio di soldi.

Trent’anni dopo o poco più, a fare soldi sembrano essere solo supereroi e remake, con alcuni registi e registe di talento che vengono presto fagocitati da un sistema che sembra non voler riconoscere un’identità alle nuove generazioni, e che uccide la creatività monetizzando la nostalgia di quelle passate.

Voto: 7 / 10

Ready Player One

2018
Di: Steven Spielberg
Con: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Lena Waithe, T.J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance

Nel 2045, anno in cui il mondo sta per collassare sull’orlo del caos, le persone hanno trovato la salvezza nell’OASIS, un enorme universo di realtà virtuale creato dal brillante ed eccentrico James Halliday. A seguito della morte di Halliday, la sua immensa fortuna andrà in dote a colui che per primo troverà un Easter egg nascosto da qualche parte all’interno dell’OASIS, dando il via ad una gara che coinvolgerà il mondo intero. Quando un improbabile giovane eroe di nome Wade Watts deciderà di prendere parte alla gara, verrà coinvolto in una vertiginosa caccia al tesoro in questo fantastico universo fatto di misteri, scoperte sensazionali e pericoli.