Dalla realtà virtuale a Netflix, le sfide per i festival del cinema

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Il dibattito sul futuro del cinema è legato a doppio filo con quello sullo stato di salute dei festival del cinema, che da sempre non sono solo vuoti “contenitori” per la promozione di film, ma protagonisti attivi come mediatori nel finanziamento e nella distribuzione cinematografica, nonché anticipatori e propulsori di tendenze.

Il cinema sta cambiando velocemente: cambiano i supporti, cambia la distribuzione, cambia il pubblico; dall’anno prossimo cambieranno anche gli Oscar, con una nuova categoria dedicata ai film più popolari e – dal 2020 – con una nuova data e uno show più audience-friendly e meno per addetti ai lavori.

Come rispondono a questi cambiamenti i maggiori festival del settore, dove i film protagonisti dell’awards season hanno le loro premiere mondiali, ma che mettono in vetrina anche opere che altrimenti non troverebbero distribuzione?

Non possiamo non iniziare con la polemica che da due anni coinvolge il Festival di Cannes, una delle più antiche e rinomate kermesse che ha dimostrato riluttanza nell’adattarsi alle novità proposte dal panorama internazionale.

Con il divieto a Netflix di presentare film in concorso (qui un nostro articolo che spiega la vicenda nel dettaglio), la scelta di vietare i selfie sul red carpet – rivelatasi inutile – e la stretta sui giornalisti, che si sono visti privati delle proiezioni stampa in anteprima perché non si rispettava l’embargo sulle recensioni, il direttore Thierry Fremaux ha mostrato di volere un festival all’insegna della conservazione e con lo sguardo rivolto al passato, a partire dagli ormai celebri poster, sempre bellissimi ma che incarnano un’idea di cinema che non c’è più.

Oltre a Netflix, Cannes dice dice no anche alle serie televisive, anche quelle considerate al pari del cinema per qualità tecniche, narrative e artistiche, e sicuramente più popolari di tanti film selezionati nei maggiori festival; una scelta che ha consentito però la nascita di CANNESERIES, festival dedicato interamente alle serie tv ma organizzato indipendentemente (che nella sua prima edizione quest’anno ha visto trionfare la “nostra” fiction Il cacciatore).

Ci si chiede come mai, se anche grandi cineasti hanno scelto piattaforme di VOD per i loro film (Martin Scorsese su Netflix, Woody Allen su Amazon Prime Video, Paul Thomas Anderson su Mubi) e molti di loro si sono messi a lavorare su serie tv (Paolo Sorrentino, Cary Fukunaga, Jean-Marc Vallée), alcuni festival siano reticenti ad accettare queste forme di audiovisivo nelle proprie selezioni.

Inoltre, piattaforme come Netflix si sono rivelate fondamentali per alcune produzioni a basso budget che difficilmente arriverebbero nelle sale; l’uscita europea di Annientamento di Alex Garland su Netflix ha sicuramente privato il pubblico della bellezza del grande schermo, ma ci si chiede quanto avrebbe guadagnato un film di fantascienza così originale in un box-office dominato da cinecomic e infiniti franchise.

Quest’ultimo punto, ovvero puntare i riflettori su opere e cineasti poco conosciuti, è anche uno dei principali obiettivi dei festival del cinema, da sempre impegnati per portare al maggior pubblico possibile e a un’eventuale distribuzione opere da tutto il mondo, e per questo l’atteggiamento conservatore di festival come quello di Cannes appare ancora più cieco e “negazionista” della realtà cinematografica.

L’altro festival più antico e rinomato, la Mostra del Cinema di Venezia, si è mostrata pronta ad accogliere queste novità (spesso anticipando tutti gli altri, concorrenti e non): da anni il direttore artistico Alberto Barbera punta sulle produzioni Netflix e sulle serie tv, non senza sollevare qualche polemica da parte dei puristi.

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Alessandro Borghi in Sulla mia pelle

Ha iniziato nel 2015 con Beasts Of No Nation di Cary Fukunaga, continuato negli anni anche con documentari di nicchia (come il bellissimo Cuba and the Cameraman di Jim Alpert) e quest’anno si prepara a tre importanti premiere mondiali: ROMA di Alfonso Cuaron (qui il primo trailer), presentato in concorso, Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, che aprirà il concorso Orizzonti, e The Other Side Of The Wind di Orson Welles, rimasto incompiuto a causa della morte del regista e finalmente completato, che anche Cannes – nonostante lo strappo con Netflix – avrebbe voluto presentare fuori concorso.

In più, la Mostra si è aperta da due anni ad una delle novità più interessanti e discusse del decennio: la realtà virtuale, tecnologia giunta a un nuovo rinascimento e che promette nuovi sbocchi sia per il mercato home video che per quello, purtroppo sempre più agonizzante, delle sale.

Nel 2018 il concorso VR verrà ampliato ed è stata istituita una vera e propria giuria a giudicare le 40 “esperienze” immersive. Anche il New York Film Festival ha confermato per quest’anno la sua selezione di film in realtà virtuale.

La sfida che però la Mostra non sembra ancora voler cogliere è quella che coinvolge le donne dietro la macchina da presa. La mancanza di film di registe donne nelle varie sezioni è sempre desolante, e se in una sezione parallela come le Giornate degli Autori il 50% di film selezionati è diretto da donne, nel concorso ufficiale e per il secondo anno consecutivo ne troviamo solo una, Jennifer Kent con The Nightingale.

Bisogna essere consapevoli che il problema sia alla base (secondo i dati diffusi dallo stesso presidente della Biennale, Paolo Baratta, solo il 21% dei film inviati quest’anno era diretto da donne, ma nella selezione definitiva questa percentuale si abbassa al 4%), e una soluzione come quella delle quote, che si è rivelata efficace in politica e nella pubblica amministrazione, potrebbe non esserlo quando di mezzo c’è l’arte.

Allo stesso tempo, però, è ipocrita lavarsene le mani e addossare tutta la colpa al “sistema”, tirando fuori il solito scudo della meritocrazia e negando che sia ancora persistente un pregiudizio di fondo. Se la Mostra è riuscita a scardinare le resistenze dei cinefili su alcune forme d’arte, può cogliere anche questa sfida, di certo impegnativa ma che sarà ancora protagonista dei discorsi sul cinema per i prossimi anni.

Sfida che, invece, è stata accolta in modo ottimale dal Toronto International Film Festival, che ormai non ha più nulla da invidiare a Cannes e Venezia.
Non solo le registe donne sono decisamente più presenti in tutte le sezioni, ma il festival ha anche ideato la campagna Share Her Journey, un progetto di cinque anni volto ad aumentare la partecipazione attiva delle donne nel cinema tramite seminari e programmi specifici per giovani cineaste, e la creazione di un fondo per sostenere i loro progetti.

Il panorama dei festival del cinema, ovviamente, non si può esaurire con le kermesse principali, in tutto il mondo proliferano festival, alcuni di respiro internazionale e che, seppur minori, stanno acquistando importanza crescente: da Telluride negli Usa al Karlovy Vary in Repubblica Ceca, da Roma a Torino; e poi ci sono quelli legati a un tema specifico, come il Trieste Science+Fiction Festival, l’Irish Film Festa di Roma, il Sicilia Queer Filmfest di Palermo, che spesso hanno saputo cogliere novità e tendenze del cinema mondiale prima dei “grandi”.

Da un continente all’altro, da nord a sud, i festival del cinema godono di ottima salute, segno che la settima arte ha ancora un rifugio sicuro, un luogo di aggregazione per appassionati, e una base di lancio per il cinema del futuro.

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La Biennale di Venezia