#Venezia75: la recensione di Vox Lux di Brady Corbet con Natalie Portman

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Dopo il successo nel 2015 con il suo esordio da regista The Childhood of a Leader, che a Venezia vinse il Premio Orizzonti alla miglior regia e il premio per la miglior opera prima, Brady Corbet torna al Lido con Vox Lux, stavolta nel concorso principale.

Il film si divide in tre atti: una genesi, dove facciamo la conoscenza di Celeste (Raffey Cassidy) e assistiamo all’evento traumatico che la segnerà a vita ma che la porterà a diventare una popstar di successo a soli 14 anni; nel secondo atto, titolato cacofonicamente “rigenesi”, la cantante (interpretata da Natalie Portman) ha 31 anni e cerca di reinventarsi col lancio di un nuovo album, mentre continua a combattere coi demoni del passato e tenta di riconciliarsi con la figlia (la stessa Cassidy) e la sorella (Stacy Martin). Infine, l’ultimo atto ci mostra Celeste sul palco.

Sono tanti i temi che Vox Lux affronta: la violenza da armi da fuoco nelle scuole americane, il disturbo da stress post-traumatico, l’affetto e la competizione fra sorelle, il terrorismo, l’appiattimento culturale della società, e soprattutto l’industria musicale che fagocita e spersonalizza chi ci lavora.

Uno dei film più attesi della 75. Mostra del Cinema di Venezia, Vox Lux delude le aspettative: l’inizio è esplosivo, le premesse sono interessanti, ma lo svolgimento diventa presto ingarbugliato e tutto l’impianto narrativo si accartoccia su se stesso con risultati disastrosi.

La narrazione divisa in atti vorrebbe imitare Lars Von Trier (come già fatto da Guadagnino in Suspiria), ma risulta affettata, mancante di pathos e di un vero approfondimento psicologico dei personaggi; la sceneggiatura è carente di spunti e profondità, i dialoghi noiosi danno l’effetto di pause fra un’azione e l’altra, la pretesa di critica sociale sembra essere presa di peso da post generici su Facebook, o per lo meno ne ha la stessa profondità.

La regia è senza dubbio interessante, la scelta di girare su pellicola e in 35mm dona al film un’aura di autorialità, e il primo atto del film è godibile; tutto però cambia quando entra in scena la Portman: in una delle peggiori performance della sua carriera, l’attrice fa diventare la Celeste adulta un personaggio sopra le righe e a tratti imbarazzante, una caricatura della superstar, forse volutamente comica ma che non riesce a far ridere nei momenti in cui vorrebbe, che però stona con la naturalezza delle altre interpretazioni e di tutto l’impianto precedente del film.

La musica, comunque, la fa da padrona, ma non è un pregio: come nel primo film, la colonna sonora firmata da Scott Walker si impone invadente sulle scene, mentre le canzoni originali sono scritte dalla cantautrice e popstar Sia, alla quale probabilmente è stato chiesto di comporre i peggiori brani che le venissero in mente.

In conclusione, Vox Lux non è un musical, non è un dramma, non è una commedia, non è una satira. Lo si potrebbe definire come un esperimento pretenzioso di ostentazione del virtuosismo registico di Corbet, lo stesso per cui era stato premiato col suo primo film.

Un tentativo di imitare l’originalità e la libertà creativa di grandi cineasti, ma prima di volare alto bisognerebbe imparare a costruire basi solide, o si rischia di fare un bel tonfo.

Voto: 4.5 / 10

Vox Lux

2018
Di: Brady Corbet
Con: Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin, Jennifer Ehle, Raffey Cassidy, Willem Dafoe