Oscar 2019: Green Book trionfa nell’edizione dei “passi indietro”

La 91esima edizione degli Academy Awards si è svolta senza conduzione (dopo il mancato rimpiazzo di Kevin Hart, che aveva abbandonato per una polemica su delle battute omofobe fatte in passato) e senza particolari sorprese. Snobbato in toto il cinema indipendente, le premiazioni si sono concentrate sui maggiori successi di pubblico dell’anno, con Bohemian Rhapsody che porta a casa il maggior numero di statuette della serata, quattro, seguito a ruota da Black Panther e Roma, entrambi vincitori di tre Oscar.

Ma quest’edizione verrà sicuramente ricordata per la sua gestazione travagliata e per i numerosi cambi in corso d’opera, con tanti annunci “shock” fatti e poi ritirati: dall’istituzione di una categoria per “Miglior Film Popolare” (creata ad hoc per premiare grandi successi al botteghino come Black Panther) – forse solo rimandata all’anno prossimo – alla decisione di annunciare alcune categorie tecniche ma fondamentali come montaggio e fotografia durante le pause pubblicitarie, ritirata a seguito di proteste da cinefili e lavoratori di settore, fino all’idea di fare esibire solo Lady Gaga e Kendrick Lamar dei cinque candidati a Miglior Canzone Originale (alla fine si sono esibiti in quattro, con il forfait di Lamar qualche giorno prima della cerimonia).

In questo senso, anche la vittoria di Green Book come miglior film sembra l’ennesimo “passo indietro” di questi Oscar. In un’edizione dove si premia per la prima volta Spike Lee (dopo l’Oscar alla carriera nel 2016), dove Black Panther fa la storia dei cinecomic, dove un film messicano, girato in bianco e nero e prodotto da una piattaforma di streaming on demand vince alcuni fra i maggiori premi, dove uno dei più innovativi film d’animazione degli ultimi decenni batte il monopolio Disney che durava da sei anni, l’Academy decide di non rischiare fino in fondo, premiando un film conservatore che, prima dell’inasprimento ideologico-politico degli ultimi anni, avrebbe messo tutti d’accordo.

Green Book, infatti, si posiziona alla stregua di The Help A spasso con Daisy in quel genere di film che trattano il tema del razzismo in modo delicato e senza uscire dalla comfort zone dello spettatore medio bianco. Questi feel good movies fanno riflettere e commuovere, certo, ma con disimpegno e sempre ponendo al centro la figura del protagonista bianco, che altrimenti si sentirebbe minacciato, straniato in una realtà che non conosce e temporaneamente privato del suo privilegio.

Questo accade, invece, in Black Panther, quando il personaggio interpretato da Martin Freeman viene portato in Wakanda per essere curato; l’agente Ross è infatti l’unico bianco – oltre al villain Klaue – ad avere un ruolo di spicco nel film, e ciò non è passato inosservato a molti spettatori. Al di là di questioni di gusto personale, infatti, è probabile che molti detrattori del film (soprattutto nel nostro Paese e spesso inconsciamente) ne parlino in modo estremamente negativo perché, forse per la prima volta in un film del genere e di produzione statunitense, la prospettiva non è quella del maschio bianco occidentale.

Eagle Pictures

Prospettiva totalmente sposata e mai messa in questione dagli sceneggiatori Premio Oscar di Green Book, impegnati nel veicolare il giusto messaggio di tolleranza e amicizia oltre le differenze in un film che, come tutti quelli che aspirino ad essere “universali”, sembra rivolto maggiormente a un pubblico borghese e conservatore, che viene rimproverato ma mai messo in una posizione scomoda o relegato in secondo piano.

Lontano dal democristiano vincitore, ma anche dalla distopia radicale di Sorry to Bother You di Boots RileyBlackKklansman si pone invece come un film di compromesso, dove si invita a prendere coscienza di un razzismo ancora vivo e vegeto, con un finale che disturba e scuote gli animi, senza però negare la necessità del dialogo e della cooperazione, quindi nei fatti l’unico film nominato che veicola “universalmente” un chiaro messaggio politico.

L’Academy, quindi, avrebbe potuto mostrare più coraggio scegliendo Spike Lee? Non solo, l’avrebbe dimostrato anche scegliendo Roma e facendo vincere l’Oscar come miglior lungometraggio a un film non anglofono per la prima volta nella storia, oppure mandando una grande pernacchia ai cinefili snob premiando il “popolare” Black Panther.

Hanno scelto la strada più facile, premiando un film che verrà ricordato principalmente per le meravigliose performance di Mahershala Ali e Viggo Mortensen (ed è un peccato che al secondo sia stato preferito Rami “Tale e quale show” Malek), e per essere il degno vincitore dell’edizione dei “passi indietro”.