Agnès Varda, la madre della Nouvelle Vague a lungo dimenticata

1962 © Agnès Varda

Lo scorso 29 Marzo ci ha lasciati la regista, fotografa e artista Agnès Varda, negli ultimi decenni denominata “la nonnina della nouvelle vague” a causa del suo aspetto da babushka o da vecchietta dello Studio Ghibli, con la sua statura sempre più minuta e il caratteristico taglio “a scodella” bicolore.

Così l’hanno conosciuta le nuove generazioni, lei che esordì sul grande schermo a 26 anni senza avere alcuna esperienza né conoscenza dell’arte cinematografica – praticamente l’opposto del critico/cinefilo François Truffaut – e che nel 1961 con Cleo dalle 5 alle 7 sovverte lo sguardo maschile (il famoso male gaze) un decennio prima che venisse codificato da Laura Mulvey nel saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema.

Eppure, prima della sua riscoperta negli ultimi quindici anni, la sua filmografia era caduta in uno straniante oblio: sottovalutati i lungometraggi di finzione, inediti gran parte dei cortometraggi, Varda rimaneva famosa come fotografa e per i documentari che continuava a produrre, ma nella misura in cui può essere famoso qualsiasi documentarista e fotografo, una fama ristretta alla cerchia di appassionati.

Così, mentre si incensavano (giustamente) e si analizzavano fino allo sfinimento le opere di Truffaut, Godard, Eric Rohmer e il “padrino” Alain Resnais, Agnès Varda divenne un’autrice minore, sorte toccata anche al marito Jacques Demy, che mai aderì completamente alla nouvelle vague ma inventò addirittura un nuovo genere, quello del musical neorealista.

A salvarsi dall’oblio, alla fine, è stata Agnès stessa, con la sua prolificità anche passati gli ottant’anni, specializzandosi nella regia di documentari e ottenendo successi in tutto il mondo. Questo forse ha costretto un’industria che la relegava già al passato a rivalutarla, e così sono iniziati i primi premi alla carriera, la Legione d’Onore, la partecipazione come giurata ai maggiori festival mondiali, infine l’Oscar alla carriera nel 2018, nello stesso anno in cui Visages Villages, il suo ultimo film diretto assieme all’artista JR, era candidato come miglior documentario.

Nel frattempo, la sua stessa figura è diventata un’icona riconoscibile (e finalmente riconosciuta) anche dalle nuove generazioni, tant’è che si è pure parlato di “memificazione” del personaggio. A posteriori, si può dire che la fama tardiva è stato forse il regalo più grande che l’industria cinematografica poteva fare a una regista del calibro di Varda, celebrarla ancora in vita è stata una fortuna e ha levato di mezzo sensi di colpa che si presentano con altri autori (Demy in primis).

Ma c’è ancora molto da fare per riportare a galla la carriera di questa straordinaria artista, a partire da molti lavori rimasti inediti, ma soprattutto a riconoscere la sua importanza nella storia del cinema e all’interno della Nouvelle Vague, sebbene Varda stessa si dichiarava lontana dallo stile del gruppo dei Cahiers du cinéma e più vicina agli autori della Rive Gauche.

Ma il suo contributo al cinema francese, e non solo, è innegabile, dal momento in cui Cleo smette di essere guardata e comincia a guardare fino all’avventura on the road di Visages Villages.

Agnès Varda non è stata la nonna amorevole della nouvelle vague e del cinema francese dagli anni ’60 in poi, né la madrina, ma la madre.

 

Per approfondire:

  • Mubi ha attualmente in cartellone (e in aggiornamento) una retrospettiva su Agnès Varda, che comprende sia i lungometraggi che i corti e i documentari;
  • Di recente Curzon Artificial Eye ha pubblicato il primo cofanetto dedicato alla regista, ad oggi la raccolta fisica più completa dei suoi lavori, The Agnès Varda Collection.