L’educazione in sala e quella polemica (classista) sul prezzo del biglietto

CRISTALDIFILM

Il problema più grande dell’industria cinematografica italiana in questo preciso momento storico si chiama pubblico: il 2018 è stato un anno disastroso per il botteghino, il peggiore degli ultimi dieci anni, e nel primo trimestre del 2019 si registra un altro record negativo, con il 10% in meno di incassi rispetto allo stesso periodo del 2018. Insomma,  lo sanno tutti, gli italiani non vanno più al cinema.

Operatori del settore e istituzioni da anni cercano di correre ai ripari con misure più o meno efficaci, fra cui la più discussa e (ab)usata è quella dei Cinema Days, che nell’ultima edizione – quella svoltasi dall’1 al 4 aprile – ha fatto registrare risultati significativi: il cinema a 3€ ha portato nelle sale oltre un milione e 200mila spettatori, complici film di richiamo come Dumbo, Shazam! e Noi – Us, diventando l’edizione con maggiori incassi degli ultimi quattro anni.

A parte il Ministro Bonisoli, però, in pochi sembrano entusiasti di questi risultati. Distributori ed esercenti continuano a lamentare una svendita del prodotto cinematografico, e comunque la si pensi rimane un’operazione tappabuchi che fa davvero poco sul lungo termine (in questo senso ci aspettiamo qualcosa da Moviement, l’iniziativa che vorrebbe portare gli italiani al cinema nella stagione storicamente meno fortunata, quella estiva).

Ma a muovere critiche molto dure sui Cinema Days sono stati anche quelli che nelle ricerche di mercato vengono chiamati usufruitori abituali o assidui delle sale cinematografiche, ma che più comunemente si definiscono cinefili: in questo caso si tratta di una critica che non ha a che fare con la quantità del pubblico, ma con la qualità.

Tutto parte da una recensione comparsa su Letterboxd: l’autore, invece di scrivere del film, si concentra su un episodio avvenuto in sala, dove si è trovato continuamente disturbato da una famiglia seduta accanto a lui, e dà la colpa di tale fastidiosa situazione proprio all’iniziativa, collegando la presenza di persone moleste al prezzo ribassato del biglietto che porterebbe in sala un pubblico poco acculturato e per niente interessato al film; per contro, propone delle soluzioni, fra cui l’innalzamento del prezzo biglietto che permetterebbe la selezione di un pubblico migliore, il divieto di utilizzare gli smartphone e il rispetto di altre regole di questo tenore.

Al di là dei toni volutamente provocatori, il post ha ricevuto un ampio consenso nella comunità cinefila sui social network, ma ha anche alzato un polverone di polemiche, e c’è chi ha tacciato l’autore di classismo. In effetti, non esiste migliore aggettivo per chi propone biglietti a 20€ aspettandosi di trovare di conseguenza gente educata, colta, e che rimanga in silenzio per tutto il film.

La verità però è un po’ più complessa: nonostante il prezzo medio dei biglietti sia fra i più bassi in Europa, andare al cinema per le famiglie italiane può comportare una spesa onerosa. Prendiamo la famiglia di tre persone che ha disturbato l’autore del post sopra citato: con il prezzo medio di un biglietto fissato a 7€ (dati ISTAT 2017), senza promozione avrebbero speso 21€, a cui vanno aggiunti i consumi del bar, inevitabili quando si hanno bambini piccoli.

Un altro esempio può essere la famiglia di quattro persone che mi è capitata seduta davanti durante Captain Marvel, e che mi è subito venuta in mente quando ho letto la “recensione” incriminata perché l’episodio è stato analogo a quello raccontato dal malaugurato spettatore, con l’unica differenza che quel giorno il biglietto si pagava a prezzo pieno (7,20); i quattro hanno quindi probabilmente speso 28,80€, bevande e patatine escluse, per disturbare ugualmente il resto della sala.

Il problema, quindi, sembra avere poco a che fare coi prezzi e tanto con la cultura dello spettatore medio, che possa permettersi o meno il prezzo del biglietto intero. A discolpa delle famiglie con bambini, si potrebbe dire che se si vanno a vedere film indirizzati a un pubblico di giovani o giovanissimi, come Dumbo o un cinecomic qualsiasi, a maggior ragione se a un orario pomeridiano, si deve essere preparati a situazioni del genere.

Eppure, in un mercato che soffre proprio per carenza di spettatori, per chi ama il cinema il nemico numero uno sembra diventato la gente. Ovviamente, le norme basilari dell’educazione dovrebbero essere sempre rispettate, ed è vero che l’uso compulsivo degli smartphone è diventato un problema serio, ma l’utopia della sacralità della sala dove regni solo pace e silenzio che tanto sognano i cinefili italiani, molto semplicemente, non è mai esistita.

Se non avete mai visto Nuovo Cinema Paradiso, basta chiedere ai vostri genitori, nonni e parenti più anziani, sono certa che vi racconteranno numerosi aneddoti su come si andava al cinema quaranta, cinquanta, sessant’anni fa: in sala si parlava, si schiamazzava, si fumava, si entrava e usciva quando si voleva; lo stesso Federico Fellini nella sua autobiografia Fare un film racconta che la cosa che amava di più da bambino era entrare al secondo tempo di un film e immaginarsi quello che fosse accaduto prima. Oggi Fellini verrebbe additato come un pezzente maleducato che entra in sala a film iniziato, da quelle stesse persone che hanno 8 e 1/2 o Amarcord fra i loro film preferiti su Letterboxd.

Forse è difficile da accettare per i cinefili duri e puri ma, al netto dei comportamenti più molesti che dovrebbero essere giustamente redarguiti, il Cinema per gli italiani è una festa, un momento di convivialità e condivisione, nato per essere popolare e che tale deve rimanere.

La sala non è una chiesa e non lo è mai stata, non facciamola diventare un cimitero.