Berlinguer – La grande ambizione | Recensione

Berlinguer - La grande Ambizione

«Di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni, legate a singoli fini privati, contro la grande ambizione, che è indissolubile dal bene collettivo».

Si apre con una citazione di Antonio Gramsci, che dà anche titolo al film, l’ultima opera di Andrea Segre che ha aperto la 19° edizione della Festa del Cinema di Roma.

Berlinguer - La grande Ambizione

Non tanto un semplice ritratto di Enrico Berlinguer – che fu segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla sua morte nel 1984 – quanto piuttosto l’affresco di un periodo storico che ha segnato profondamente l’Italia repubblicana visto dagli occhi di uno dei suoi protagonisti.

Il film inizia con il colpo di stato (appoggiato dagli Stati Uniti) che nel 1973 in Cile rovescia il governo di Salvador Allende dando inizio alla dittatura militare di Augusto Pinochet; in quel periodo Berlinguer si trova a Sofia, in Bulgaria, dove rimane coinvolto in un incidente stradale (forse un attentato) dal quale esce scosso ma illeso.
Da qui parte la narrazione, che si incentra sui tentativi da parte di Berlinguer e della sua segreteria di dare un nuovo volto al PCI e al suo rapporto con l’Unione Sovietica, di confrontarsi con le sfide di un Paese che vuole aprirsi alla modernità ma che deve fare i conti con la crisi economica, il terrorismo rosso e l’eversione nera, e di costruire una grande coalizione di governo per consolidare la tenuta democratica, il cosiddetto tentativo di compromesso storico con la Democrazia Cristiana che verrà bruscamente interrotto con il rapimento e la conseguente uccisione dell’allora presidente del partito, Aldo Moro, che rappresenta il culmine drammatico dell’opera.
In mezzo, vediamo brevi ma significative incursioni nella vita privata del segretario, il rapporto con la moglie e i figli, soffermandosi in particolare sulla trasparenza e la solidità degli ideali dell’uomo Enrico prima che del compagno e del segretario. D’altronde, per citare un celebre slogan femminista di quegli anni, il personale è politico.

L’impronta documentaristica di Segre – che nel cinema del reale ha costruito la propria identità artistica – è evidente, e il film mescola in modo sapiente e funzionale messa in scena e filmati d’archivio, ma è documentario anche il modo in cui il regista sceglie di seguire il protagonista, con lunghe carrellate e movimenti tutti rigorosamente con camera a mano, in un pedinamento di zavattiniana memoria che ci fa entrare nell’azione e ci rende complici di un’incursione nella vita del protagonista; a contrasto, le parti ambientate nei palazzi del potere, e in particolar modo la scena del 25° Congresso del PCUS in cui Berlinguer pronuncia il discorso che segna l’inizio di una presa di distanza dalle politiche dell’URSS, sono invece rappresentate in modo statico, con inquadrature a prospettiva centrale e simmetriche riprese rigorosamente dal basso, per amplificare il senso di minaccia e di maestosa rigidità rappresentato dall’Unione Sovietica.

Una messa in scena quasi scolastica, insomma, a cui si aggiunge una sceneggiatura (firmata dallo stesso Segre con Marco Pettenello) altrettanto didascalica, che fa apparire evidenti le intenzioni dell’opera: la grande ambizione di Berlinguer era giusta, la via italiana al socialismo e il compromesso storico avrebbero rappresentato una speranza per l’Italia e l’unico modo di avere i comunisti, la sinistra vera, al governo.

Una lettura verso cui lo spettatore viene indirizzato senza ambiguità, con qualche forzatura storica (ad esempio, ad oggi non si

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hanno prove che l’incidente stradale in Bulgaria fu effettivamente un attentato, e la volontà del partito dell’epoca di interrompere i finanziamenti da Mosca è un falso dimostrato) certamente coadiuvata dalla straordinaria interpretazione di Elio Germano, che in un vero e proprio tour de force attoriale incarna anima e corpo del segretario comunista, aiutato da un ottimo cast.
Di contro, il film ha l’arduo compito di confrontarsi con importanti opere già esistenti che trattano lo stesso periodo e che segnano l’immaginario di quegli anni, dal Divo di Paolo Sorrentino a Esterno notte di Marco Bellocchio, e far culminare la tensione drammatica proprio con la morte di Moro, sebbene aggiunga un tassello finora inedito alla vicenda portata sullo schermo (il punto di vista del segretario del PCI) e sia narrativamente necessaria perché rappresenta la fine di quella grande ambizione – e nei fatti quest’opera può essere considerata più un film sul compromesso storico che un biopic su Berlinguer – indebolisce la resa finale (per fare un paragone sacrilego, è un po’ come assistere alla morte dei genitori di Bruce Wayne in ogni film sulle origini di Batman).

A questo punto, la domanda sorge spontanea: per chi è questo film? La risposta sembra darcela il regista:

«Abbiamo riflettuto sul fatto che il cinema non avesse mai raccontato non solo Berlinguer, ma quel pezzo d’Italia, quel un terzo di italiani che lo hanno vissuto intorno, da dentro, l’esperienza del Partito Comunista Italiano, e che sono un elemento molto grosso della storia e della nostra società».

Più che l’elemento rappresentato, gli italiani che militavano nel PCI in quegli anni sembrano essere il pubblico ideale. Solo un’operazione nostalgica, quindi? No, perché il film parla anche al presente, e lo fa proponendo un modello di politica ormai scomparsa, che alla figura del leader carismatico che si sarebbe imposta nella politica italiana da Berlusconi in poi, contrappone quello che Elio Germano definisce «un rappresentante del popolo» che «faceva parlare molto gli altri, ascoltava la ricchezza diversa dei punti di vista, e desumeva» e proponeva «una modalità di risolvere le cose in una dimensione collettiva».

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Una scena emblematica riassume questo messaggio: alle interviste (vere) di operai sul referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio si alternano inquadrature di Berlinguer/Germano chino a scrivere il discorso per definire la posizione del PCI sul referendum, e le parole degli operai diventano quelle del segretario. Una sinistra dialogante e aperta non solo con le altre forze politiche ma con il popolo che rappresentava, e che rimaneva salda sui suoi ideali e valori. E che è rimasta, appunto, solo una grande ambizione.

Voto: / 10

Berlinguer: La grande ambizione

2024
Di: Andrea Segre
Con: Elio Germano, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Stefano Abbati, Francesco Acquaroli, Paolo Calabresi

Il racconto biografico della vita privata e pubblica di Enrico Berlinguer, dal viaggio a Sofia del 1973 fino al discorso della Festa Nazionale dell'Unità di Genova del 1978.