#ROFF19: “The Outrun” (2024) – Recensione

Ci sono luoghi che non sono solo scenari, ma personaggi vivi, complici di chi li abita. Le Isole Orcadi, con le loro scogliere frastagliate, il vento incessante e un mare tanto maestoso quanto indomabile, sembrano fatte apposta per tenere insieme le estremità della natura e dell’animo umano. In The Outrun, diretto da Nora Fingscheidt, questo paesaggio diventa la chiave per raccontare la storia di Rona, una giovane donna che, tornando a casa dopo anni di disordini a Londra, cerca di trovare un equilibrio tra ciò che è stata e ciò che potrebbe diventare.

Interpretata con una precisione straordinaria da Saoirse Ronan, Rona non è un’eroina da manuale. È grezza, complessa, un nodo di ricordi dolorosi e speranze sottili, e il film non fa nulla per edulcorare la sua realtà. Ronan dà vita al personaggio senza mai renderlo un simbolo o una vittima. Ogni suo gesto, dall’evitare lo sguardo della madre ultra-religiosa al fissare con un misto di desiderio e disgusto un bicchiere di vino dimenticato, racconta una donna in lotta con sé stessa, con il suo passato e con il mondo che l’ha formata.

Fingscheidt sfrutta al massimo il paesaggio delle Orcadi, rendendolo una proiezione delle emozioni di Rona. Le onde che si infrangono con violenza contro le rocce sembrano una metafora della sua mente, mentre i silenzi infiniti delle brughiere offrono un contrasto al caos interiore. Le riprese a mano, spesso volutamente instabili, immergono lo spettatore nel disordine emotivo della protagonista, rendendo palpabile ogni piccola vittoria e ogni ricaduta.

Il film non segue una narrazione tradizionale, ma si muove avanti e indietro nel tempo, intrecciando i ricordi di Rona – gli anni turbolenti a Londra, l’amore trovato e perso, la dipendenza – con il presente, dove cerca di riprendere il controllo. La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale in questo processo, alternando melodie delicate a brani più pulsanti, quasi a scandire il ritmo del viaggio di Rona.

Ma è Ronan il cuore pulsante di “The Outrun”. La sua interpretazione è così naturale e disarmante che sembra fondersi con il paesaggio. La vediamo camminare lungo le scogliere con i capelli ormai scoloriti dal blu acceso del passato, una traccia fisica della sua storia, e non possiamo fare a meno di sentirci parte del suo viaggio. I flashback che mostrano la sua vita precedente – tra le luci stroboscopiche dei locali londinesi e gli angoli bui di una stanza dove si rifugia con una bottiglia – non sono mai eccessivi o caricaturali. Rona è reale, imperfetta, e questo la rende incredibilmente vicina.

Anche nei momenti più prevedibili, come la ricaduta che ci si aspetta in ogni storia di dipendenza, il film evita il sensazionalismo. La caduta non è un fallimento, ma parte del processo di trasformazione. Come le rocce erose dal mare, Rona non si distrugge, ma si ridefinisce, trovando una forza che non sapeva di avere.

“The Outrun” non è un film di grandi svolte o rivelazioni epiche. È una storia fatta di dettagli, di gesti piccoli ma significativi, di connessioni profonde tra un personaggio e il suo mondo. Alla fine, non è Rona a piegarsi alla tempesta, ma è la tempesta che diventa parte di lei, un’energia che la attraversa e la trasforma.

Il film, grazie alla regia sensibile di Fingscheidt e alla straordinaria performance di Ronan, non è solo una storia di dipendenza e recupero. È una riflessione poetica sulla capacità umana di trovare un equilibrio tra caos e calma, tra il passato e il futuro, tra sé stessi e il mondo. Le Isole Orcadi non sono solo lo sfondo di questa storia, ma un personaggio che respira, vive e accompagna Rona nella sua danza tra tempesta e rinascita.

Voto: / 10